Italiano, ahimè PDF Stampa E-mail
Lunedì 11 Aprile 2011 09:19

Scrivere in Italiano

a cura della Redazione

 

L'Italia è erede della cultura classica e quindi del greco e soprattutto del latino, due lingue morte. In realtà le lingue morte sono diventate tre e quindi l'eredità e la conseguente responsabilità si fanno pesanti.
La terza lingua morta è naturalmente l'italiano che, salvo poche eccezioni, è diventato una sorta di swahili nostrano. Lo swahili era un linguaggio di comunicazione semplificata costituito dall'incrocio del bantu e dell'inglese. L'italiano è infatti diventato un linguaggio (non una lingua) con una disponibilità lessicale ridotta a meno di mille parole, molte delle quali usate impropriamente, e ad un centinaio di frasi fatte o di espressioni auliche rese ridicole dal contesto in cui sono impiegate; il tutto nel più completo oblio di grammatica e sintassi. Nel caso di espressione scritta anche la punteggiatura è ormai un'opinione.
Ci sembra inutile cercare di spiegare in questa sede come si è venuta determinando questa situazione. Altri lo hanno fatto in maniera più o meno dotta ed esauriente, sempre però in termini non conclusivi.
Si è parlato di influenze televisive, di derivati dal linguaggio ultrasintetico dei messaggini e di abbandono della lettura e di altro ancòra, ma in realtà si tratta di un concorso di cause cui dedicheremo più avanti il necessario spazio.
Qualcuno si chiederà quale nesso esista fra l'arte e il linguaggio. A costoro rispondiamo che l'artista non sta solo nei suoi quadri ma anche nel modo in cui presenta se stesso e la sua produzione. Insomma, nel modo in cui parla e scrive.
Abbiamo così deciso di istituire questa Rubrica per cercare di contrastare la deriva linguistica cui stiamo assistendo: ci auguriamo, a dire il vero con poche speranze, di offrire un contributo se non sufficiente a restaurare la lingua italiana, almeno a rallentarne il degrado.

Vocali aperte e chiuse

Abbiamo imparato sin dalle elementari che in italiano le vocali sono cinque, a e i o u, ma in realtà esse sono sette perché se il suono di a i u non muta mai, quello della e e della o cambia spesso, dal momento che possono avere a seconda dei casi una pronuncia aperta (larga) come in bène e Mosè, còlubro e però, oppure chiusa (stretta) come in péra e perché, cómpito e córrere. Anche l'accento cambia: il segno che va da sinistra a destra si dice grave ed indica la pronuncia aperta mentre il segno che va da destra a sinistra di definisce acuto ed indica la pronuncia chiusa.
La spiegazione di tali differenze è fornita dalla fonetica storica che ci insegna come, essendo l'Italia assai lunga e dotata di una complessa vicenda secolare cui hanno partecipato numerose genti con le loro diverse parlate, la nostra lingua, anche quella ufficiale con la solita eccezione della ristretta élite coltissima, varia assai spesso nella pronuncia della e e della o. Esiste prima di tutto una notevole differenza tra il Nord e il Centro, mentre il Sud va considerato a parte perché in quell'area l'influenza dei dialetti è più forte che nel resto della penisola.
Prendiamo in considerazione alcune parole molto usate: pesca (il frutto), pesca (l'azione del pescare), bene, tempo, motoretta, stella, verde, cielo, corridoio, perché, bellezza, differenza, vergogna e pomice, e chiediamo ad un milanese (come rappresentante dell'Itala settentrionale) e ad un fiorentino (in rappresentanza del Centro) di leggerle ad alta voce ci renderemo conto che i due pronunciano in maniera diversa le vocali toniche. Il primo dirà pésca con la e chiusa tanto per il frutto che per l'atto di  pescare, béne, tèmpo, motorètta, vèrde, ciélo, corridòio, perché, bellèzza, différenza, vergògna, pomice. Il secondo pronuncerà invece pèsca (frutto), pésca (atto del pescare), bène, tèmpo, motorétta, stèlla, cièlo, corridóio, perché, bellézza, différenza, vergógna, pómice.
Chi ha letto giusto? Il fiorentino.
Il merito non è tanto suo perché, quanto ad errori di grammatica e sintassi i fiorentini sono disastrosi quanto i milanesi, ma della storia. Qui infatti la tradizione latina si è conservata meglio che in altre regioni nelle quali l'influenza dei linguaggi stranieri ha agito in senso opposto. C'è tanta gente che spende tempo e denaro per comperare ed ascoltare registrazioni di lingue straniere: perché non fa altrettanto con l'italiano?
Non possiamo fare un lungo elenco di regole per la corretta pronuncia del lessico italiano, ma la Redazione risponderà ai quesiti che le verranno rivolti.

Ultimo aggiornamento Lunedì 11 Aprile 2011 06:28
 

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