il Movimento Arte del XXI Secolo presenta la mostra La Natura Morta PDF Stampa E-mail
Mercoledì 03 Aprile 2013 23:52

L'espressione "natura morta" cominciò ad essere impiegata nelle botteghe dei pittori olandesi verso il 1650 (still-leven), dove aveva però un significato diverso da quello attuale perché identificava semplicemente qualsiasi "modello" (leven) "immobile" (still) ma non necessariamente privo di vita. Una precisa corrispondenza fu trovata negli anni immediatamente successivi in inglese (Still-life) e in tedesco (Still-leben) mentre stentò ad individuare un corrispondente in francese e in italiano. Solo nel 1756 è dato incontrare il termine Nature morte, ma, nato in ambiente accademico, esso recava una connotazione negativa, sulla scorta di quanto affermato dal teorico Félibien nel 1667: «Chi dipinge animali vivi deve essere stimato più di colui che rappresenta cose morte e senza movimento».

Divulgata dai critici francesi nell'Ottocento, l'espressione fu accolta in Italia, dove venne tradotta alla lettera. Come ebbe a scrivere Silvano Bottari, Natura morta è «la storpiatura della più antica denominazione, che metteva piuttosto l'accento sull'immobilità e silenziosità del modello o, se più piace, sulla sua vita immobile e silenziosa», tanto è vero che Giorgio Vasari aveva scritto nel 1568 che Giovanni da Udine «riusciva contrafare benissimo…tutte le cose naturali, d'animali, di drappi, d'instrumenti, vasi, paesi, casamenti e verdure». Il passo dimostra che a quell'epoca non era ancòra stata introdotta una precisa distinzione fra pittura di paesaggio e Natura morta.

Non senza qualche ambiguità e con una sostanziale inadeguatezza linguistica rispetto al fenomeno che intendeva denotare, l'espressione Natura morta ha colmato una lacuna e questa  circostanza ne ha determinato la fortuna. La critica moderna ha cercato di individuare origine, significati, motivazioni di un genere figurativo di cui è possibile trovare precedenti nella pittura antica, da quella egiziana alla pompeiana, a quella ellenistica e bizantina. Elementi frammentari di notazione naturalistica ricomparvero, dopo il sostanziale disinteresse dell'età medievale, nei secoli XIV e XV, in particolare nell'àmbito del gusto fiammingo e della tarsia italiana, che conobbe tra il 1470 e il 1525 circa la sua epoca d'oro. Occorre comunque arrivare agli ultimi decenni del Cinquecento perché sia possibile parlare di Natura morta quale genere autonomo. In essa confluirono esperienze diverse: l'interesse per l'antico, le curiosità naturalistiche e scientifiche, il tentativo di superare quanto di enfatico esisteva nella composizione di "storie" proposte dalla trattatistica cinquecentesca. Pitture di fiori, frutta, pesci, cacciagione, strumenti musicali si diffusero così rapidamente tra la fine del Cinquecento ed i primi decenni del secolo successivo in Olanda, nelle Fiandre, in Francia, Spagna e Italia. Ad onta della scarsa considerazione o addirittura del disprezzo della critica ufficiale quelle opere attrassero l'interesse dei collezionisti borghesi, che le prediligevano anche per il loro formato ridotto rispetto alle grandi composizioni storico-religiose. La Natura morta è infatti un genere "domestico", laico per eccellenza, e a ciò si deve la sua notevole fortuna nell'Europa settentrionale, in un tessuto sociale che con la Riforma si era allontanato dalla Chiesa e dalla pittura che essa prediligeva.

Per quanto concerne la Natura morta italiana, i suoi precedenti cinquecenteschi sono stati individuati nell'opera di pittori quali Giuseppe Arcimboldi, Vincenzo Campi, Ambrogio Figino, i Bassano, Bartolomeo Passarotti, ma fu con il Caravaggio, del quale sarà interessante ricordare la celebre affermazione resa ad uno dei suoi committenti, Vincenzo Giustiniani: «tanta manifattura gli è a fare un quadro buono di fiori come di figure», che la Natura morta italiana conobbe la sua perentoria definizione poiché, come scrisse F. Bologna, «è solo nelle "nature morte" di questo maestro…che la già corrente risoluzione d'isolare dal resto dell'universo visibile una porzione di oggetti di natura coincide con il massimo d'intenzione e di capacità di osservare quegli oggetti nella loro sgombra realtà ottica, come frammenti di una natura riconosciuta valida e significativa per sé».

Pur avversato dall'incomprensione della critica e di certi ambienti pittorici (significativa a questo proposito è la feroce denigrazione di Salvator Rosa nella sua Satira sulla pittura, ca. 1642), il genere dai primi decenni del Seicento, e per tutto il secolo, conobbe una fortuna eccezionale, sorretto dall'interesse dei collezionisti e dall'esigenza scientifica cui esso ben rispondeva nella ricerca di una perfetta riproduzione di esemplari vegetali ed animali. Fu per queste ragioni che l'ideale della pura mimesi condusse all'illusionismo, alla ricerca del trompe-l'oeil, ad uno stile pittorico che non suggerisse solo la forma delle cose e dei loro colori, ma anche il peso e la qualità della materia rappresentata.

Dopo l'eccezionale fioritura del Seicento ed un successivo declino, verso la metà dell'Ottocento emerse in Francia un grande interesse per il genere e la sua rivalutazione è dovuta alla riscoperta dei pittori della realtà, cioè al momento in cui emersero in pittura Courbet e nella critica Théophile Thore e Vincent Champfleury. L'affermazione del realismo aprì la strada ai grandi rappresentanti della natura morta moderna, da Cézanne e Van Gogh in poi.

[Aldo Maria Pero, Aprile 2013]

Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Giugno 2013 07:48
 

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